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:: Tuesday, November 12, 2002 ::
Una questione di libertà
La riforma organica del sistema giudiziario è un’occasione da non perdere per la cultura laica e liberale la quale può e deve far valere la forza di un metodo di azione politica che mette l’individuo e i suoi diritti e doveri al centro di ogni iniziativa. Giovanni Paolo II si appresta a compiere la sua storica visita presso le istituzioni parlamentari della Repubblica riunite in seduta comune. Le Sue parole peseranno. E’ quindi inevitabile che sulla controversa questione dei quasi sessantamila detenuti stipati fino all’inverosimile nelle patrie galere, dei quali non pochi in attesa di giudizio, il punto di vista della cultura cattolica rischi di prevalere. L’opportunità politica e il realismo suggeriscono di mettere da parte i distinguo e accettare il cappello clericale del “perdono” per i peccatori pur di varare un provvedimento legislativo che consenta di alleggerire la pressione insostenibile che vive oggi il pianeta carcere in Italia. Molteplici sono i disegni di legge in materia di indulto più o meno “condizionato” e un faticoso lavoro è stato fatto per cercare di superare lo scoglio della maggioranza qualificata dei due terzi imposta dall’art.79 della costituzione, necessaria per varare un provvedimento di clemenza. Singoli parlamentari dei diversi schieramenti e partiti, da Forza Italia a Rifondazione Comunista, hanno studiato insieme possibili soluzioni su cui convergere. Oggi si parla di un “indultino”. E già. Si teme l’impopolarità di qualsiasi provvedimento utile a deflazionare i penitenziari di stato e alleggerire le scrivanie dei magistrati dai troppi fascicoli arretrati. L’elettore medio non fa poi molta differenza tra l’indulto, che interviene su una sentenza definitiva ed estingue -in parte- la pena somministrata e l’amnistia, che estingue invece il reato (e il processo). Ai timori popolari, più o meno fondati, e alle richieste di avere più sicurezza si risponde con generici proclami di severità e inasprimento delle pene. Il ministro della Giustizia Castelli fa orecchio da mercante. Lega e An si richiamano alla certezza della pena e alla superiore esigenza della tutela delle vittime. Si va quindi formando un clima che consenta ai giustizialisti di accettare con sussiego la solita leggina dettata dal consueto clima di emergenza e giustificata dalla “persuasione” morale del Vaticano. Alla fine i campioni dello Stato etico diranno: fatelo, se proprio volete, l’indultino. Sappiate che noi non siamo d’accordo ma ci arrendiamo alla superiore istanza morale del Santo Padre. Eppure è stato il Presidente del Consiglio, con una breve letterina al quotidiano Il Foglio sul caso di Adriano Sofri, a farci chiaramente capire che la riforma della giustizia deve andare avanti per chiudere un capitolo della storia italiana che ha posto un grave pregiudizio allo stato di diritto. Altro che leggi “su misura”. La riforma dei codici, la separazione delle carriere dei magistrati, la prevenzione dei reati minori con l’istituzione del poliziotto di quartiere devono divenire, insieme al ristabilimento già operato del principio della legittima suspicione, non episodi frammentari ma un unicum organico che salvi il paese dal cancro della malagiustizia. Escogitare provvedimenti di clemenza nello spirito della morale cattolica che ricalcano il percorso dannazione-espiazione e redenzione ne vizia già all’origine la efficacia e la laicità: due basilari principi che devono ispirare tutti i provvedimenti legislativi. Già il grottesco epilogo parlamentare della Porno-tax ci ha mostrato quali aberrazioni produce la traduzione in pratica dello Stato Etico nella sua versione fiscale. Invece di puntare sul principio liberale della riduzione del danno settori integralisti e trasversali della politica cercano di imporre il metodo del giudizio morale preventivo e coercitivo per ammansire le potenziali devianze dalla “normalità” e organizzare anche la vita privata dei cittadini. La vita sociale non può essere una valle di lacrime. Il carcere non deve diventare l’inferno in terra. Il detenuto non deve redimersi di fronte a Dio ma riabilitarsi verso la società civile. In un quadro di vere riforme che interpretino lo spirito di libertà che ha animato Berlusconi sul caso Sofri diventa imperativo per tutta l’area laica, liberale, socialista e repubblicana valorizzare, fare proprie e dare seguito alle iniziative e alle proposte dell’ex senatore radicale Pietro Milio che, proprio dalle pagine de L’opinione, il 1 ottobre scorso scriveva “qualcosa” di laico e liberale:
“l’ indulto non risolverà certo né il problema “carceri” né i problemi connessi alla incivile durata dei processi nel nostro Paese che tante condanne continua a subìre per le intollerabili lentezze. E’ necessario, infatti, affiancare all’ipotizzato indulto e ad esso collegarli a sostegno e mantenimento della sua efficacia deflattiva altri provvedimenti - presentati dai Radicali già nella scorsa Legislatura - che modifichino le norme codicistiche in materia di liberazione condizionale e dell’ordinamento penitenziario in materia di liberazione anticipata. Le proposte dei Radicali intendono rendere più sollecito l’iter procedimentale per accedere al beneficio penitenziario della liberazione anticipata, che sarebbe opportuno prevedere in 60 giorni per semestre, e subordinarla alla “partecipazione attiva e consapevole all’opera di rieducazione” e non più alla “certezza del ravvedimento” attualmente richiesta, rendendola automatica nella sua applicazione tenuto conto che essa viene concessa nel 75% dei casi e rimettendo alla valutazione giurisdizionale soltanto i casi residuali. (..) Una analoga “ratio” dovrebbe sostenere la modifica dell’istituto della liberazione condizionale, oggi quasi disapplicata perché concessa con estremo, eccessivo rigore. Stando ai dati del 1998 i Tribunali di Sorveglianza italiani hanno trattato 1.190 richieste accogliendone soltanto 98, nonostante ci siano in un giorno qualsiasi dell’anno circa 14.000 condannati definitivi con pena da scontare inferiore ai due anni: ciò è dovuto in gran parte al fatto che la previsione normativa è troppo vaga e richiede al magistrato di sorveglianza una valutazione più etica che giuridica e cioè la “sicurezza del ravvedimento” quasi egli fosse un investigatore dell’anima o un confessore di peccati anziché, più umanamente, chiedergli di accertare che il condannato partecipi efficacemente all’opera di rieducazione e di reinserimento nella società funzione, questa, se non vado errato, che è proprio della pena.”
:: LUCA 6:43 AM [+] ::
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:: Friday, November 08, 2002 ::
Gli equivoci culturali alla base delle ideologie no-global
La grande stampa dedica ampi spazi agli scritti dei teorici della rivolta contro la globalizzazione economica e sociale. Il marketing editoriale ha scoperto il mercato del “no-global” e lo ha trasformato in moda e modello culturale per poter vendere libri, riviste, film e gadgets. Ogni limite è stato superato mescolando autori, generi e metodologie di ricerca. A teorie discutibili, ma di sicuro rigore scientifico, come quelle di J. Rifkin ne sono state affiancate altre che, senza timore alcuno, non esitiamo a definire come autentica spazzatura culturale. Alcuni pamphlet mettono addirittura in dubbio che l’attacco suicida contro il Pentagono dell’11 settembre 2001 sia mai avvenuto. Gore Vidal, che negli Usa è praticamente ignorato, campeggia nelle vetrine delle librerie italiane con il suo livore e risentimento per una classe dirigente americana che lo ha escluso molti anni fa. Noam Chomsky, celebre linguista del Massachusetts Institute of Technology e ultras di sinistra, da tempo si è improvvisato anche esperto di geopolitica. Sull’ultimo numero di ottobre della rivista Global egli scrive: ”per 25 anni gli Stati Uniti hanno ostacolato gli sforzi della comunità internazionale volti a raggiungere un accordo fra israeliani e palestinesi”. Beato il professore che in due righe cancella completamente i fatti della la Storia contemporanea e li riscrive a suo piacimento. Ma questo, purtroppo è l’andazzo. Per disintossicarsi dalla cappa opprimente costituita dalla pervasiva propaganda del Social Forum di Firenze è utile rileggersi le pagine di Karl R. Popper a commento del postulato della “ verità manifesta” , un falsa epistemologia che ha nutrito la teoria marxiana ed è “alla base di quasi ogni forma di fanatismo”. E’ questo il nocciolo fondante che è alla base di tutte le teorie anti-global. Non essendo però, la cosiddetta verità manifesta sempre “rivelata” e subito accessibile essa ” ha costantemente bisogno non solo di interpretazioni e di asseverazioni, ma anche di reintepretazioni e di nuove asseverazioni.” E questo porta inevitabilmente all’autoritarismo. Non solo i seguaci della dottrina si convincono che tutti coloro che non vedono la “verità manifesta” sono posseduti dal diavolo (nel senso dell’etimo greco : dia-ballo, disunisco, divido) ma anche la fonte della elaborazione del dogma viene demandata a dei veri e propri guru, ai leader carismatici quali figure simboliche ( sempre in senso etimologico: su-ballo, unisco, ri-unisco) a metà tra guide spirituali e grandi saggi detentori del verbo. L’adesione è, di conseguenza, di tipo fideistico e i gruppi si formano con spirito tribale. L'aggregazione prende la forma di numerosi clan che si autoregolano come sette con tutto il repertorio canonico dei riti di iniziazione e l’elaborazione di un cerimoniale di adunate reali -con tanto di bandiere americane date alle fiamme- e veri sabba telematici su Internet. Sulla rete si comunica mediante un linguaggio per iniziati con corredo di miti da santificare (Che Guevara, Fidel Castro ...) e di un meccanismo totemico ove il tabù del male assoluto è, ovviamente, il capitalismo delle multinazionali e lo spazio di libero mercato in cui esso si muove. In questo contesto la teoria non può essere “falsificata” , sottoposta a verifica; il dogma no-global non procede per errori e approssimazioni successive dei suoi margini ma deve piegare e conformare anche quei dati sensibili e reali che entrano in contraddizione con lo schema prestabilito per lo più negandoli attraverso il paradigma che è in atto una cospirazione della stampa capitalistica per pervertire e sopprimere la verità. In questo magma dei Social Forum si rintracciano tre correnti culturali :
1. Il ribellismo giovanile tipico della guerra tra generazioni che ha contraddistinto le società avanzate a partire dagli anni sessanta. Il rifiuto della normalità e della omologazione è caratteristico della fase adoloscenziale. La società degli adulti e le sue regole sono naturali nemici del giovane che vuole proiettare i conflitti della sua personalità in fase evolutiva verso l’esterno per affermarsi ed identificarsi in un gruppo trovando una meta da raggiungere, un obiettivo di riscatto totalizzante nell’alveo di una comunità di suoi simili. Molta insicurezza e molta paura per il futuro si leggono tra le righe dei documenti elaborati da questi gruppi che fanno da contrappunto al catastrofismo diffuso a piene mani negli ultimi decenni dal fondamentalismo ambientalista che grida ogni giorno alla fine del mondo.
2.Il millenarismo di derivazione cattolica. Non è un caso che vasti settori della Chiesa Cattolica partecipano ai Social Forum o ne condividano gli slogan pacifisti. L’anelito spontaneo della gioventù a un coinvolgimento emotivo verso la realtà esterna fa del popolo dei no-global un naturale mercato potenziale per chi fornisce un prodotto spirituale basato sulla redenzione e sulla trascendenza. Alla minaccia della catastrofe globale dell’ambiente e del pianeta si reagisce stringendosi intorno all’utopia di una umanità redenta e monda dai peccati.
3. L’economicismo. La teoria economica dei no-global in verità ha molto poco di nuovo e moltissimo di vecchio. E’ il classico dejà vu. Susan George, una dei leader storici della teoria no-global, americana vicepresidente di “Attac” dalle pagine di Repubblica ha dichiarato il suo basta al neoliberismo e auspicato un ritorno alle dottrine di Keynes. La sua proposta e', infatti, quella di "tornare indietro di 50 anni" recuperando il pensiero di Keynes che e' stato messo da parte nel dopoguerra. "Dobbiamo ripartire da li' - dice. Vogliamo che si cominci, soprattutto in Europa, a difendere lo Stato Sociale, a impedire che vengano privatizzati beni e servizi.
Chiediamo che ci sia una tassazione sui profitti delle multinazionali e sulle speculazioni finanziarie e che con questi soldi si faccia un bel piano Marshall per il Sud del mondo". "La mano invisibile del mercato - sostiene Susan George - ci portera' dritto verso il suicidio". No alle multinazionali, quindi, ma no anche al Wto.”
Roba vecchia, trita e ritrita che elude completamente i progressi e le ricerche degli ultimi decenni della scienza economica ( Si vedano gli ultimi tre premi Nobel per l’economia) e i nuovi strumenti della finanza internazionale. Non che la teoria del Moltiplicatore di Jhon M. Keynes non sia tornata alla ribalta in questa Europa stretta dal patto di stabilità. Anche Tremonti ha parlato di un New Deal dell’economia europea. Ma è il vizio di strumentalizzare le idee e la storia per sostenere ciò che è una palese contraddizione che lascia allibiti. Prima si vuole fare la rivoluzione contro l'impero delle multinazionali poi si invocano gli elementi classici di regolazione dei cicli propri delle teorie economiche capitalistiche del XX° secolo. In fondo questi anti global sono dei veri conservatori che cercano di difendere i privilegi dei supersussidiati agricoltori europei per fare la solita ipocrita carità al terzo mondo negandogli però l’accesso ai mercati dei paesi ricchi. A ciò si aggiunge una riedizione aggiornata del luddismo ove la tecnologia è cattiva e oppressiva perché si sviluppa grazie al libero mercato e pertanto va colpita e disarticolata. Gli unici seri teorici della rivolta globale paiono essere Antonio Negri e Michael Hardt con il loro suggestivo saggio “Impero/Il nuovo ordine della globalizzazione”. Ma il loro studio è stato promosso e pubblicato proprio dal cuore pulsante dell’Impero: l’Harvard College, in America. E in fondo i due bravi e furbi studiosi che con la loro teoria hanno affascinato il mondo accademico degli Stati Uniti e non solo dedicano nel corposo volume un solo, breve capitolo ( l’ultimo) alla promozione della “moltitudine contro l’impero”. Si vede che anche loro a questa rivolta globale ci credono poco e hanno ben capito che il novanta per cento dei partecipanti alle adunate anti-global non sarebbero in grado di capire nulla del loro manuale di filosofia politica.
:: LUCA 3:35 AM [+] ::
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:: Monday, November 04, 2002 ::
Non vogliamo accodarci al coro de la Repubblica e de l’Unità che, mentre ancora si cercavano i superstiti sotto le macerie, eludevano la prima -fondamentale-istanza dell’unità nella solidarietà e strumentalizzavano il dolore in chiave politica. Piove, governo ladro; questa è la logica di certi giornali della sinistra che scavalcano ogni sentimento di umana pietà e di coesione sociale. Ma oggi, pur nel lutto e nel dolore che consiglia il silenzio, è dovere di tutti coloro che per professione o incarico istituzionale si occupano di progettazioni e costruzioni edilizie e di pianificazione urbanistica cercare di dare una risposta all’appello della mamma del piccolo Luigi e alle parole del Presidente Ciampi. Le foto aree che sono giunte dal basso Molise, oltre alla commozione, hanno insinuato il tarlo di un dubbio terribile. Niente giustizialismi, processi sommari a mezzo stampa e facili demagogie dell’ultima ora, per favore. L’obiettivo deve essere quello di conoscere per deliberare e, più precisamente, arrivare a impostare un protocollo di azione tecnica ed esecutiva per attrezzare il patrimonio edilizio esistente a un più alto livello di sicurezza. E’ vero che la applicazione della legge del 1990 sulla sicurezza degli edifici scolastici, nel 1999, è stata rimandata al 2004 ma sarebbe comunque inutile e velleitario incolpare i ministri del governo in carica in quanto, nel nostro paese, da decenni si applica con inesausto vigore il principio di "sussidiarietà dell'impunità", quasi una devolution all’incontrario. Proprio le amministrazioni locali più "vicine" al cittadino, quelle che più dovrebbero soddisfare in modo efficace le necessità delle comunità locali, sono quelle che più praticano la sottile arte dell’inerzia omissiva. Il problema nasce non a Montecitorio ma nella periferia dello stivale. Per prima cosa quindi è necessario stabilire perché la tragedia della Scuola “Francesco Jovine” di San Giuliano di Puglia forse non è una fatalità imputabile a un destino cinico e baro. Ecco alcuni ragionevoli argomenti a sostegno della nostra tesi.
1. L’intensità del sisma. La magnitudo dell'evento principale della mattina del 31 ottobre è stata stimata pari a 5.4 Richter, un valore che comporta effetti fino all'VIII grado della scala Mercalli. Ecco cosa riporta la scala Mercalli modificata all’ottavo grado: lievi danni nelle strutture progettate con criteri antisismici speciali; danni considerevoli nelle strutture ordinarie con collasso parziale. Gravi danni nelle strutture costruite con materiali poveri. Caduta dei camini, recinzioni, colonne, statue dei monumenti e muri di recinzione. Pesante scuotimento degli arredamenti. La sollecitazione alle strutture è paragonabile ad accelerazioni <50 cm/sec. . Quindi, se la misurazione è corretta un ordinario organismo edilizio ( non un edificio in muratura “a secco” tanto per intenderci) avrebbe subito lesioni con eventuale cedimento parziale cosa che, in parole povere, significa che strutture avrebbero subito fessurazioni, crepe, caduta di intonaci e o di tavelle, incurvamento o flessione dei solai con parziale distacco e perdita della complanarità e parziale sgretolamento delle murature portanti più vetuste. Ed in effetti quanto sopra descritto è esattamente ciò che è avvenuto ed ha comportato la inagibilità della maggior parte degli edifici.
2. Cosa è accaduto invece alla scuola “Francesco Jovine” che non si è verificato nel resto dell’area colpita dal sisma? Da quanto si è avuto modo di constatare la parte originaria dell'edificio era una struttura costruita con tecnica mista: murature portanti in pietrame e malta di cemento e solai in solette di calcestruzzo armato e/o solai latero cementizi costituiti di travetti di cemento armato con interposte pignatte di laterizio con copertura a falde inclinate. La scuola è stata edificata nel 1954 (età della ricostruzione del secondo dopoguerra). E’ quindi bene puntualizzare che in Italia la prima disciplina tecnica nazionale per le opere in conglomerato cementizio armato risale al novembre 1971 con la legge n.1086 e che sino ai primi anni sessanta le barre di ferro per armatura erano prodotte lisce cioè non erano ad aderenza migliorata. Inoltre i calcestruzzi non venivano sottoposti al rigido controllo e al monitoraggio odierno riguardo le capacità di resistenza a compressione, l’omogeneità dei getti, i tempi di disarmo delle carpenterie. Le indagini sul territorio effettuate successivamente ai crolli di Roma in via Vigna Jacobini e a Foggia hanno dimostrato la diffusa fragilità strutturale e spesso la povertà dei materiali impiegati per costruire gli edifici civili negli anni del secondo dopoguerra ed oltre. Ed inoltre la scuola è stata sottoposta ad opere di ristrutturazione ed ampliamento con la creazione di nuove aule al piano primo. Base del nuovo progetto di superfetazione sono stati sicuramente i carteggi del progetto architettonico originale, i rilievi dello stato attuale o tutt’al più sondaggi superficiali eseguiti con mazzetta e scalpello. Difficile credere che siano state preventivamente operate analisi sulle fondazioni e sulle strutture in elevazione tramite avanzate tecniche stratigrafiche che si eseguono mediante la esplosione di microcariche nel primo sottosuolo che forniscono una visione “radar” delle strutture di fondazione. Ed inoltre è difficile credere che siano stati fatti prelievi mediante la esecuzione di carotaggi sui muri e sui solai per capire se il costruito era conforme al progetto riguardo i ferri di armatura e se le condizioni di consistenza delle malte erano ancora idonee a sopportare i nuovi carichi previsti. In tutta evidenza la scuola ha subito un completo ed istantaneo collasso strutturale con un crollo del tipo a schianto verticale ( non è traslato e non si è ribaltato ma è crollato dritto come un fuso). Come mai ? Le scosse sismiche ( sussultorie e/o ondulatorie) trasmesse dal terreno hanno provocato il distacco dei punti di ammorzamento (congiunzione) delle strutture verticali portanti dai solai piani. Questo è avvenuto per caduta progressiva ma veloce dei gradi di vincolo: prima i semi incastri tra setti e solai si sono degradati a cerniere per effetto delle forze di trazione, taglio e torsione e poi in appoggi ed infine con il crollo parziale dei muri portanti ( e/o dei pilastri ) i vincoli tra solai piani e i portanti verticali sono venuti tutti a mancare contemporaneamente generando il crollo di schianto totale della struttura che è collassata su se stessa. Se l'edificio fosse stato almeno provvisto di un cordolo perimetrale continuo (una cintura) intorno alle imposte della copertura e di adeguate connessioni (catene) tra i muri longitudinali e trasversali portanti l'evento dinamico difficilmente sarebbe evoluto in pochi secondi sino al collasso totale e avrebbe generato la eventuale torsione e lesione delle murature (con effetto a scoppio) e la parziale disconnessione del tetto. L'opera sarebbe stata inagibile, sarebbero caduti gli intonaci, si sarebbero spezzati travetti e pignatte che sarebbero in parte crollati ma l'edificio non sarebbe rovinato a terra. In ogni caso ci sarebbe stato il tempo sufficiente per evacuare l’edificio prima del suo crollo definitivo. Teniamo a ribadire ancora che oltre il settanta per cento dei manufatti edilizi della zona interessata (in maggioranza realizzati in muratura tradizionale e non pochi assai vetusti e tutti privi di ogni dotazione antisismica) ha subito: gravi lesioni, crolli parziali e conseguente inagibilità senza conclusioni di catastrofe totale. Infatti se è vero che la muratura portante tradizionale (in pietra o mattoni) ben scarica al suolo la compressione essa non è elastica e non sopporta bene le sollecitazioni di trazione e torsione -ed è debole agli sforzi di taglio- è però anche vero che esiste un ridotto margine di capacità di dissipazione dell’energia dinamica trasmessa dal suolo in caso di terremoto (che crea subito situazioni di pressoflessione perché i carichi escono dal nocciolo centrale di inerzia). E’ proprio questo margine che ha consentito, in tanti casi, la sopravvivenza (con gli “acciacchi” ovviamente) nei secoli del nostro patrimonio edilizio storico in un territorio come quello italiano soggetto da sempre ai terremoti. Quindi è confermata la natura e l'intensità del sisma forte sì ma non catastrofico -tranne che per edifici già in stato di degrado estremo o realizzati in materiali poveri e scadenti. E’ questo forse il caso della scuola “Francesco Jovine” che ha affrontato il sisma con strutture già soggette a un esercizio estremo - detto agli stati limite ultimi - a causa delle superfetazioni e delle modifiche alla copertura che hanno eroso i margini dei carichi di sicurezza delle strutture in elevazione originarie già costruite con materiali poveri. Restano le ipotesi che modifiche ed erosione del terreno di fondazione abbiano contribuito a minare la solidità del struttura in maniera occulta ( cosa assai improbabile) o che la particolare natura della stratigrafia del sottosuolo abbia favorito l’amplificazione delle onde d’urto proprio nella limitatissima area del solo complesso scolastico. ''Quella scuola da una prima osservazione fatta sembrava idonea staticamente, ma l'area non era classificata come sismica, quindi non andavano verificate le risposte dinamiche dell'edificio''. Spiega cosi' Claudio Eva, direttore del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GDNT), perché la scuola crollata per il terremoto a San Giovanni di Puglia era schedata tra gli edifici pubblici 'sicuri', nel primo censimento voluto alcuni anni fa dalla Protezione Civile.
In particolare, afferma ancora il direttore dello Gndt, ''in aree non sismiche si guarda la risposta statica dell'edificio, cioè le sollecitazioni verticali e la sua capacita' di reggere il peso della struttura, ma non si guarda l'aspetto dinamico, le sollecitazioni orizzontali tipiche di un terremoto''. E conclude: ''Un edificio costruito con criteri antisismici non significa che non deve crollare con un terremoto, ma che deve reggere il più possibile, tanto da consentire il tempo per fuggire. Ed ha già fatto un buon lavoro''. Perché, pur ricadendo tra regioni caratterizzate da sismicità storica significativa, quali il promontorio del Gargano e la dorsale appenninica molisana (colpite da terremoti disastrosi rispettivamente nel 1627 e 1805), la zona colpita il 30 e 31 ottobre che interessa Comuni che in prevalenza non erano classificati ai sensi della Legge Sismica N.64 del 1974 non era stata considerata a grave rischio sismico ? Perché secondo il repertorio storico dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia -istituito nel 1999- la regione “non sembra essere stata interessata da terremoti significativi, e anche la sismicità recente registrata dalla rete sismica nazionale dell'INGV è molto limitata”. Attenzione però: fra i Comuni più colpiti solo quelli di Ururi e Rotello risultano classificati in II categoria a partire dal 1981. Questa situazione è dovuta al fatto che la attuale classificazione sismica si basa su informazioni scientifiche e metodologie disponibili alla data del 1980 e, quindi, in parte superate. Nel 1998, ha dichiarato il Presidente dell’INGV il prof. Enzo Boschi, un gruppo di lavoro misto ING-GNDT-SSN ha prodotto una ipotesi di riclassificazione secondo la quale la zona colpita verrebbe classificata in II categoria ( a medio rischio sismico). Se questo criterio fosse divenuto esecutivo gli edifici di San Giuliano di Puglia sarebbero stati monitorati con criteri ben diversi da quelli utilizzati e il tessuto edilizio si sarebbe dovuto progressivamente adeguare alla normativa antisismica dalla legge del 1974 e dai decreti ministeriali del ‘96 e del ‘97. Siamo quindi ragionevolmente sicuri di poter affermare che già si disponeva in passato degli adeguati strumenti tecnico - scientifici che consentirebbero di prevenire eventi catastrofici come quello di San Giuliano di Puglia. ''Ci vogliono case più sicure. Questo e' il vero problema . Ci siamo comportati come un paese ignorante che non affronta le priorità e non risolve i problemi'' dichiara il prof. Boschi su un quotidiano romano. E incalza: ''Se non si passa ad una fase in cui la prevenzione, la manutenzione ed i controlli diventano seri continuerà a succedere quello che e' successo in Molise e forse andrà anche peggio''. ''Solo quello che l'uomo ha costruito provoca queste tragedie''. Anche il Fisico prof. Paolo Gasparini, direttore del gruppo di vulcanologia dell’INGV e docente all’Università di Napoli ha scritto su “Il Messaggero” del 1 novembre:” In assenza di interventi di questo tipo ( consolidamento statico degli edifici esistenti, N.d.R.) anche terremoti di intensità non molto elevata continueranno a produrre crolli e morti.”.
Luca Tentellini
Architetto libero professionista
:: LUCA 5:37 AM [+] ::
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